Approfondimenti

BOTTEGA DEL TINTORE

Autore : Admin

09/11/2015 22:35:57

Nel 1955 in Corso Aldo Moro, durante lo scavo delle fondamenta per la costruzione di un palazzo, vennero alla luce due ambienti a volta, affiancati e comunicanti tra loro. Gli ambienti ritrovati erano gli ipogei di una domus (i resti dei livelli superiori sono oggi del tutto perduti) ed è per questo che la struttura si presenta perfettamente conservata dopo tutti questi anni.

Scendendo per una ripida scala a doppia rampa coperta da una volta a botte, con pareti in blocchi di tufo squadrati, uniti con malta ed opera incerta e coperte di intonaco bianco, si accede a due ambienti entrabi uguali per pianta e struttura architettonica.

Il primo ambiente, illuminato da un lucernaio posto alla sommità della copertura con volta a botte, presenta l'unico elemento funzionale dell'ambiente che è costituito da una vasca rettangolare con accanto un pozzo circolare. Le pareti erano rivestite con intonaco dipinto con uno schema geometrico che richiama i modi del cosiddetto "primo stile pompeiano"; praticamente veniva disegnato uno zoccolo nero con sopra una zona di specchiature rettangolari, imitanti lastre di marmo, delineate da sottili linee nere. Il soffitto a volta e le lunette erano decorate da semplici bande orizzontali rosse.

Il pavimento, in opus signinum decorato con tessere musive bianche e nere, è la parte più interessante e meglio conservati riportando da sud a nord, un ampio tappeto di rombi, una stretta fascia con catena di cerchi ornata da crocette al centro ed un altro grande tappeto a crocette con riquadro centrale con girandola inquadrata da una cornice circolare a meandro ed arricchito agli angoli da motivi vegetali; si ipotizza che anche le pareti fossero all’epoca decorate a mosaico.

Tramite una porta posta sul centro della parete ovest, si accede al secondo ambiente, un triclinio. Entrando nella stanza, si nota sulla soglia due notevoli iscrizioni musive che ne denota la maggiore importanza, come se la precedente faceva ad essa quasi da vestibolo. Nel vano della porta, oltre la soglia ornata da un motivo a tappeto rettangolare diviso in quadrati con crocette centrali, una prima iscrizione accoglieva il padrone ed i suoi ospiti:


Recte omnia
velim sint nobis


(lo vorrei che tutte le cose ci andassero bene)

Subito dopo questa, ortogonale rispetto alla precedente (verso sud), un'altra iscrizione pavimentale (m.3,01 X 0,83) sottolineata da una fascia con due tralci di foglie nascenti da un cespo centrale, riporta:



P(ublius) Confuleius, P(ubli) (et) M(arct) l(ibertus), Sabbio, sagarius,
domum hanc ab solo usque ad summum,
fecit, arcitecto T(ito) Safinio, T(iti) j(ilio), Fal(erna), Pollione


(Publio Confuleio Sabbione, liberto di Publio e di Marco Confuleio, sagario, fece fare questa casa dal suolo fino al tetto, essendone architetto Tito Safinio Pollione, figlio di Tito, della tribù Falerna)


oltre a queste stupende iscrizioni pavimentali, sono presenti ornati pavimentali più complessi dove lo spazio della stanza risultava diviso in due zone: a sud, di dimensioni minori e ornata nel pavimento da un tappeto di esagoni; l'altra, più ampia e con un tappeto di meandri a svastica alternati a quadrati concentrici con al centro rosette. In mezzo a questo c'è un rosone centrale decorato con cerchi ed archi di cerchio che si intersecano.

Tornando all'iscrizioni, bisogna dire che essa è di grande importanza perché, oltre a confermarci la datazione ad età tardo repubblicana della casa (verso la metà del I secolo a.c. o poco prima), già suggerita dallo stile dei pavimenti, ci fornisce una serie di preziose informazioni su di essa. Anzitutto il nome del suo proprietario, un Publius Confuleius Sabbio, schiavo liberato (Sabbio era il suo esotico nome da servo) di due esponenti di una famiglia capuana, la gens Confuleia, già nota da molte iscrizioni di cui una su una "madre" del celebre santuario del fondo Patturelli. Segue quindi, con non meno vanto che per la bella casa fatta tutta ex novo, "dalle fondamenta fino alla sommità", il mestiere che gli aveva probabilmente dato libertà e ricchezza: "sagarius", ovvero, venditore e forse anche fabbricante del "sagum" - ecco perchè la domus è chiamata anche la "Bottega del Tintore".

Il sago (sagum) era un mantello di lana pesante, di forma quadrata e di origine gallica, era usato dai militare dell’antica Roma che a secondo del colore, indicava il grado del soldato; una versione più semplice era usato anche dai servi delle ville rustiche.
L'iscrizione ci ricorda inoltre che questa casa non era stata fatta da un capomastro muratore come era d'uso all'epoca per molte case private, ma da un "arcitecto" (anche se la parola "greca" corretta sarebbe stata "architectus"); se ne ricorda anche il nome e lo stato sociale: Titus Safinius Pollio, un cittadino romano iscritto alla tribù Falerna.
Infine, dall'iscrizione di questa casa, in cui ci si augura che tutto continui ad andare bene, si evidenzia come l'articolazione e la vivacità del ricambio sociale in Capua prima alla deduzione della colonia di Cesare, permette ai ceti subaltemi di emergere con maggiore facilità e di assumere atteggiamenti di luxuria. 

Importante sottolineare che questo ritrovamento ha consentito di meglio definire l’assetto urbano dell'antica Capua; gli ambienti infatti risultano allinati con il marciapiede dell'attuale corso Aldo Moro che com'è noto, ricalca l'antico tracciato dell'Appia che costituiva il decumanus maximus della città antica. Considerando quindi la dislocazione dell'abitazione di Publio Confuleius Sabbio, gli studiosi hanno confermato che il tracciato antico (Appia), che si allinea ad est con la porta che si apriva al bivio di S. Prisco (individuata nel 1972), non coincide con il corso A. Moro come si è sempre ipotizzato, ma corre poco più a nord rispetto ad esso 

Fonte: http://www.webalice.it/maximiliano.verde/domus_confuleii.htm

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